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Un museo della potenzialità artistica di

DIEGO DE MINICIS

 

Maurizio Castellani, Sindaco di Petriolo 

Lino Gentili Lucertini Malaspina, scultore

Gianfrancesco Berchiesi, curatore del Museo De Minicis

 

Non si può parlare di Diego De Minicis senza provare un misto di sentimenti di commozione, di ammirazione, di rimpianto.

Una guerra assurda, una battaglia dura, una granata esplosa sul bordo della trincea lo hanno tacitato per sempre. Avrebbe avuto molte cose ancora da dire con le sue sculture questo giovane talento, che anche Francesco Messina amava, ma quella morte solitaria sulle rive del Don, e poi il dolore della Famiglia, che si è chiusa in un cupo silenzio, isolandone la memoria dal resto del mondo, e l’incuria degli amici più cari, artisti come lui, avevano gradualmente offuscato il ricordo.

Il Comune di Petriolo, nel programma di salvaguardia e di recupero del proprio patrimonio culturale, ha prontamente accolto la richiesta dei nipoti di Diego de Mincis ed ha creato un museo che raccoglie ciò che resta delle sculture, ed ora con il contributo della FONDAZIONE CARIMA è pronto a rendere visibili i disegni e le pitture di Diego De Minicis ed anche una memoria fotografica delle sculture perdute o disperse di cui il giovane scultore aveva lasciato con cura le foto.

Noi siamo consapevoli che il lavoro finora compiuto è lontano dall’aver riproposto adeguatamente lo scultore all’attenzione dei fruitori dell’arte: è stato un primo passo importante verso la riscoperta dell’artista, ma parziale perché per parlare di De Minicis occorre avere una dose notevole di prudenza, di saggezza, di conoscenza. Non può essere applicato tout court il metodo del paragone con gli autori “grandi”, ma oltre a ciò occorre esaminare l’elemento personale che Egli apportava, occorre studiare il lavoro intenso e frenetico che Egli eseguiva a matita per accorgersi che il suo IO entrava nelle sue opere.

Esiste un rischio grandissimo a cui si può andare incontro studiando De Minicis: il rischio della Supponenza, il credere cioè che Diego De Minicis sia stato un piccolo imitatore di Messina completamente immerso nell’ideologia di quel periodo storico. Essere troppo eruditi, può portare a questo errore di valutazione, se non si applica il metodo scientifico, cioè: osservare l’opera nei suoi dettagli e non presupporre fin da subito che ciò che non si accorda con lo stile dei suoi tempi sia un errore e ciò che è in sintonia con i suoi tempi sia espressione fascista. Inoltre occorre ricordare che De Minicis è stato studente di scultura dal 1933 al 1937, poi ha iniziato il suo lavoro artistico che si è concluso alla fine del 1941, poiché, già nei primi mesi del 1942, aveva raggiunto il suo battaglione a Castigliole Saluzzo, da cui partì verso la sua destinazione finale. Quattro anni come studente e quattro come artista, solo otto anni. A lui non è stato concesso dal destino quel lungo percorso che ad altri colleghi ed amici dei suoi tempi è stato possible: Sesto Americo Luchetti, Francesco Wildt, Sandro Cherchi, Edoardo Alfieri.

De Minicis si trovava nel 1941 in uno stato di potenzialità evolutiva, bruscamente interrotta. Scrivere su di lui non può essere un mero sfoggio di erudizione e un frettoloso giudizio, occorre allertare prima di tutto le capacità di analisi, occorre tenere in mente la sua produzione totale, anche i disegni, occorre leggere con cuore di fanciullo una sua opera, facendo attenzione anche ai particolari, perché a volte è in questi particolari che risiede quella potenzialità, che poi non ebbe l’opportunità di esplodere.

Aver scritto “leggere con cuore di fanciullo” non è una frase ad effetto che abbiamo inserito per abbellire questo scritto, ma nasce dall’esperienza di questi primi mesi di vita del museo DE MINICIS. Tra i tanti visitatori abbiamo avuto anche la terza elementare di Petriolo: i bambini, appena entrati, si sono interessati al bozzetto del Monumento a F.Corridoni. La domenica successiva alla loro visita vediamo una bimbetta entrare trascinando i suoi riottosi genitori. Voleva mostrare loro “quant’era bello il monumento”, che continuava a guardare con occhi incantati.

Occhi di fanciullo, dunque, e nessun timore di sporcarsi con un MINORE. Per uno studioso non dovrebbe aver senso una suddivisione in grandi e piccoli, perché un’opera è un complesso dove ha confluito il mondo dell’artista e che deve essere analizzato, studiato e capito.

E’ questo che vuole il Comune di Petriolo, CAPIRE! Non ci interessa sapere se De Minicis è ascrivibile al registro dei Grandi, non ci interessa sapere se lo scultore era Fascista, nel senso spregiativo che oggi si da a questa parola.

Giovanissimo, appena 22-enne, De Minicis eseguì due opere:

1) il bozzetto al Monumento a Filippo Corridoni e la testa in grandezza reale, presenti in museo

2) il bassorilievo ASSALTO all’AVANTI (opera perduta[1][1])

 

In ambedue le opere lo scultore tratta la morte, in ambedue le opere esiste un “contrasto” tra aspetti virili ed “eroici” ed aspetti dell’uomo comune. In nessuna delle due opere esistono elementi decorativi simbolici (come le virtù presenti nel monumento a Corridoni di Parma). De Minicis rimane nel reale. Nel monumento, su una base a cui si accede da scalinate poggia una colonna in cui le fasi della vita di Corridoni sono riportate in tre delicati bassorilievi, quasi velati. Sopra la colonna lo scultore ha posto l’eroe che cade con la naturalezza della morte e dietro di lui la Vittoria che avanza aulica. Ora vogliamo mostrare come un giudizio frettoloso bocci ineluttabilmente l’opera e di conseguenza getti l’autore nel limbo degli artisti mancati, mentre un esame scientifico possa permettere di entrare dentro all’idea generatrice e di relazionarla con il pensiero di quei tempi.

a) La colonna e la scalinata fanno parte dello stile di quei tempi; anche la Vittoria è in linea con il fascismo, mentre Corridoni non ha nulla di eroico ed è troppo in contrasto con l’aulicità espressa dalla Vittoria, ergo si conclude che il monumento è un’opera mal riuscita del periodo storico in cui è vissuto De Minicis.

b) Ora leggiamo il monumento con altri occhi: la mancanza di elementi allegorici o simbolici chiaramente dimostra che l’autore va dritto al vero, come dimostrano le tre fasce istoriate sulla colonna che raccontano la vita di Corridoni. La colonna è una base fallica su cui poggia l’eroe. La colonna è il simbolo della virilità, ma dato che l’autore amava il VERO, virilità per lui non poteva significare atteggiamento retorico e quindi il concetto di virilità non può accettare un Corridoni che, pur colpito a morte, continua a combattere. La grandezza della rappresentazione risiede proprio nel contrasto fra il concetto di virilità (come forza) e la realtà della morte in cui tutto si allenta perché la vita sfugge. De Minicis viveva nei suoi tempi che non erano dominati solo dal pensiero fascista, ma anche dal pensiero scientifico, che stava rinnovandosi e che portò grandi cambiamenti nel profondo delle coscienze: pensiamo alla psicologia, pensiamo al principio di indeterminazione, al dualismo onda-particella. Da allora in poi l’uomo non è stato più considerato come un blocco monolitico, la realtà non è stata più osservata con l’ottica deterministica, bensì probabilistica. Noi riteniamo che “lo sguardo giovane ed indagatore[2][2] dello scultore fosse già entrato in contatto con questi nuovi pensieri tanto da generare un Corridoni uomo, perché gli eroi sono uomini. I contrasti secondo noi non sono errori, ma sono creazioni: contrasto fra la base fallica e l’eroe umano, contrasto fra Corridoni che si abbandona alla morte e la Vittoria che è aulica e che accorre dietro al morente. I contrasti generano pathos e focalizzano l’attenzione sul punto centrale dell’opera che è L’UOMO CHE MUORE. Siamo partiti da un elemento fascista (la colonna) per giungere ad una rappresentazione moderna e lontana dalla propaganda del ventennio. Questo è sicuramente un monumento che andrebbe collocato oltre il 1945, sicuramente negli anni ’60.

Analogamente può dirsi dell’ASSALTO ALL’AVANTI, che prende origine dal noto assalto alla sede del l’AVANTI, ma giunge ad una rappresentazione umana di intenso pathos, la morte di Spadoni, che può emozionare chiunque in qualsiasi periodo storico: il fatto, cioè la lotta tra fascisti e socialisti, con i corpi muscolosi e forti è uno sfondo su cui in forte contrasto si pone la morte del giovane uomo, anch’egli cadente con naturalezza, come foglia d’autunno. L’attenzione dell’osservatore è catturata da questa morte solitaria rappresentata dall’ abbandono del corpo alla fine della vita. E’ un pathos amaro quello che sgorga da questa rappresentazione in cui l’autore ha usato il CONTRASTO come mezzo espressivo.

 

 

Figura 1. Naufragar m’è dolce in questo mar

 

Potremmo andare avanti parlando di altre opere, ma vorremmo anche fare presente che De Minicis ha lasciato molti disegni e alcune pitture. E’ questo un altro aspetto che occorre considerare, perché anche in questo settore Diego De Minicis ha lasciato un messaggio per noi, come per dirci che stava andando avanti, che ricercava nuove forme espressive. Si osservino la pittura riportata in figura 1 e i disegni con uomini meccanici per capire che il suo pensiero non era rimasto fermo. Aveva iniziato un percorso che può avere le radici in Maigritte, in Franz Marc (figura 1) o a Kasimir Malevič (figura 2a) e ad altri. Inoltre nelle figure 2b e 2c sono evidenti accenni al cubismo (Picasso, Braque).

La tela di figura 1, pervenutaci un po’ deteriorata, ricorda il periodo Delaunay-Maigritte-Marc, pur esprimendo una ricerca autonoma, tutta imperniata su atmosfere oniriche come di figure e sogni evanescenti.

Le componenti artistiche in De Minicis sono molteplici, infatti egli era attento a ciò che pittura e scultura offrivano alla sua frenetica attenzione, che lo spingeva, ad esempio, ad osservare colori e forme di Franz Marc.

L’evanescenza, le forme e i colori forti daranno la spinta a creare “Naufragar m’è dolce in questo mare” e nello stesso tempo i colori tenui, ma forti al nostro io interiore, daranno la forza espressiva come di un miscuglio di Chimere trasognate e inarrivabili.

La forza è insita nel verde violento delle tre foglie, nel blu geometrico sfumato in celeste, che separa un profilo umano. Una sfumatura rosseggiante taglia in blu con conseguenza sfumata in giallo chiaro e una figura fantasmagorica sembra osservare il tutto. Notasi una mano marrone che sembra voler dipingere il quadro stesso.

Le radici del fusto sono l’origine della vita e la forma umana guarda la vita stessa. Le sfumature blu e celeste, come onde, hanno una certa somiglianza allo stile di Delaunay e la linea blu forte è una linea Kandiskiana. I tagli netti ricordano Paul Klee.

Si capisce che egli era un attento conoscitore dell’atmosfera culturale del suo tempo, ma non copiava, bensì ricreava secondo il suo proprio io.

Nel disegno di figura 2-a, il movimento delle figure centrali da una spinta dal basso verso l’alto, mentre la figura superiore spinge dall’alto verso il basso, come formasse una X. Le altre figure fanno da sfondo e da contorno ai due personaggi in primo piano.                                   

 

Figura 2a  

    Figura 2b    

Figura 2c

 

                        

                                                                    

 

 

 

 



[1][1] Lo scultore ha lasciato la foto dell’opera, che è anche pubblicata sul POPOLO D’ITALIA del 19/3/1935

[2][2] Sguardo giovane e indagatore è l’espressione usata dallo scultore, parlando del suo cammino nell’Arte.