Franco Morresi: La deposizione, stazione della Via Crucis, olio su tela..

 

Soyez béni, mon Dieu, qui donnez la souffrance
Comme un divin remède à nos impuretés
Et comme la meilleure et la plus pure essence
Qui prépare les forts aux saintes voluptés!

Beaudelaire

 

 

Il Sangue

 

G.Berchiesi

 

Un’impressione forte, ancor prima di renderti conto di cosa stai guardando, ti pervade: una sensazione di sangue che tutto intride o meglio tutto dissolve. Solo le linee di contorno dei corpi, nere come la morte, restano fuori da questo dissolvimento per parlarti di dolore e di donazione. Il rosso è vivo, non è il sangue rappreso di una ferita antica, è il sangue vivo che parla di vita e capisci che i corpi si dissolvono in esso come vita nella vita.

Questa sensazione è sorta al primo impatto, irrazionale ed impulsiva. Immagino che così debba essere, essendo un’opera d’arte un tramite tra l’intimo di due persone. Il messaggio che scaturisce da quest’opera, che formalmente si inquadra in un soggetto religioso, è ampio perché l’autore attraverso il colore e l’immagine, ridotta alla sua essenzialità, riesce a comunicare anche al di là del contesto specifico delle Sacre Scritture.

Il dolore, il sacrificio, la purificazione, concetti poco consoni ad una società gaudente, hanno accompagnato l’evoluzione dell’uomo dalle società arcaiche fino alla nostra. Un tema religioso non limita la lettura di un’opera ad una visione confessionale, quando la mano che l’ha creata ha agito dietro i dettami di una mente acuta e di uno spirito maturo. Così come il grido lacerante di dolore nella Cacciata dal Paradiso terrestre di Masaccio non si limita ad una raffigurazione della scena della Bibbia, ma va molto oltre e diventa un grido di dolore dell’umanità intera, la cui impari lotta con il dolore, la malattia, la precarietà stessa dell’essere è stampata nel viso dolente di Eva. La nostra società cerca di eclissare il dolore, vuol dare un rimedio ad ogni malattia del corpo, vuol togliere il terrore di fronte a quei “vemina saeva”, le crudeli convulsioni, così drammaticamente espresse da Lucrezio. Ecco due immagini, due ricordi che si sono affacciati alla mia mente dai miei verdi anni, guardando l’opera di Morresi sia per il soggetto che per l’immediatezza della comunicazione: il dolore di Eva del Masaccio e la precarietà dell’uomo nel De Rerum Natura di Lucrezio. E strana non deve sembrare questa mescolanza di pittura e poesia e di un poeta epicureo, per di più, perché pur essendo pittorico il linguaggio di Morresi, esso tocca gli ambiti tipici della poesia per la sua essenzialità, il suo andare diretto nelle profondità del soggetto e renderle visibili e palpabili. Non ci sono sbavature o cedimenti a forme espressive finalizzate a cattuare l’attenzione attraverso il “pianto”, ma un assetto di classico rigore. Si osservino la compostezza delle tre Pie Donne intorno al Cristo deposto e la maschera tragica stampata sul volto di Maria per capire che ci troviamo di fronte ad una espressione che nella poesia ha dell’eguale nei tragici greci o nel pianto della Madonna di Jacopone.

Sono la compostezza e l’essenzialità il marchio della sua pittura e con poche linee comunica quel misto di pensiero, di sentimenti, di pulsioni emotive, cioè quello che i Greci chiamavano Fren, una parte di noi dove tutto ribolle in continuazione. Ed è proprio questa sua essenzialità che rende leggibile e godibile questa opera oltre che nell’ambito religioso anche fuori di esso perché il suo linguaggio nella sua essenzialità diventa universale.

In Morresi il rosso sangue dei suoi dipinti, un sangue vitale, parla di sacrificio, di martirio, ed è inquadrato nel dono d’amore di un Dio-uomo all’uomo, così ben evidenziato dal corpo abbandonato del Cristo deposto. Ovviamente la compostezza classica della presentazione aumenta la valenza tragica, che però rientra sempre nel sentire cristiano. Qui un Dio-uomo si offre in sacrificio per l’uomo, qui una madre Maria piange, ma non è né un’Ecuba né una Rhea, perché piange e soffre per l’umanità. E’ la svolta del Cristianesimo nella storia delle religioni. Non ci sono più sacrifici per rabbonire Dei irascibili, ma è Dio stesso che si sacrifica per l’uomo e Maria si fa tramite tra l’umanità e la divinità in questo sacrificio. Ed è in quest’ottica che un’opera come la presente, di così grande impatto emotivo, va oltre la rappresentazione di un dramma per parlarci di questo dono.

E’ qui che l’animo del nostro pittore sembra rifocillarsi: il sacrificio, indicato dal rosso del sangue, il soffrire, che è una costante nella vita di ogni uomo, trovano sollievo in Questo Sangue, che tutto pervade, che tutto dissolve, che è vitale.

La pittura di Morresi, inquadrandosi nella spiritualità cristiana, ci conduce quindi in questa fucina della vita che è il sacrificio, il dolore e che la fede vivifica attraverso l’uomo-Dio e la Vergine Madre, sofferenti insieme all’uomo. Sembra quindi che l’artista voglia immergersi nella linfa vivificatrice, nel sangue rigeneratore della vita per trovare un sostegno, un conforto.

E’ questo scenario dell’uomo tormentato, cioè l’autore, che Antonella Ventura coglie ed esprime in poesia, e la sua poesia, come pietra infuocata va dritta al nucleo generatore dell’emozione, che risiede dentro quel FREN dell’artista, dove tutto ribolle, che genera quella meraviglia che stiamo osservando, ma che genera anche cedimenti, passioni, gioie e sregolatezze.  Per questo motivo la poesia di Antonella si sposa d’incanto con il resto dell’opera divenendo non a torto la XV stazione. Cristo è uomo-Dio, è sceso sulla terra per soffrire con l’uomo e riscattarlo; su questo sfondo di fede, la poesia parla di un’altra discesa dal cielo nel fango e nel sangue della terra e in un abile gioco creativo mescola le due discese in terra: quella di un Dio e quella di un uomo e a volte vedi l’uno e a volte vedi l’altro. E’ qui che risiede la grandezza della poesia; in fondo il lume creativo dell’artista e la carnalità del suo essere sono i due aspetti che la fede ci insegna a sublimare in questa figura unica nella storia delle religioni che è Cristo, attraverso il suo sangue purificatore.

Io ritengo ( ma è una mia idea che potrebbe non essere condivisa) che Morresi e Antonella abbiano colto l’essenziale della natura umana: il dualismo (parola magica, non estranea alla Scienza) l’immanente e il trascendente ed in questo dualismo si inquadra la Via Crucis dell’autore, che propone il Sangue del sacrificio come mezzo catartico.