Home>Lino Gentili legge il monumento a Corridoni di Diego De Minicis

 

Ho condotto il maestro Lino Gentili, scultore, pittore ed docente in pensione dell’Accademia di Brera, a visitare il museo De Minicis, il cui pezzo forte, a mio avviso è il bozzetto in gesso del monumento a Filippo Corridoni. Il critico d’arte Roberto Cresti, invece, nel catalogo del museo scrive a pagina 22:

 

Quanto al progetto ideato per Corridoni, che fu scartato dalla giuria incaricata della selezione, si percepisce uno sforzo di omologazione al modello degli stiliti di regime, con palese scarto fra la rigidezza (anche qui martiniana) della Vittoria accorrente alle spalle del caduto (in quel momento per la verità ancora cadente) ed il corpo flessuoso dello stesso, di cui rtesta, realizzata solo l’enorme testa. Essa però rivela una psicologia poco eroica e, considerando quello che seguì dopo pochi anni, ossia la guerra, la quale provocò lo smembramento del regime fascista, appare oggi più la testa d’Orfeo portata dal corso dell’Ebro che quella del celebre sindacalista rivoluzionario sodale del Duce. Forse la “fascistissima” giuria non aveva sbagliato.

 

 Consapevole della limitatezza dei miei mezzi critici, essendo io un professore e ricercatore in Chimica, ho chiesto al maestro Lino Gentili (L.G.)di studiare il monumento e leggerlo per me.

 

Gianfrancesco Berchiesi (G.B.)

 

G.B.

Concorda con quanto scritto nel catalogo a cura del Prof. Cresti, a proposito di questa Opera?

 

L.G.

 

No!

 

G.B.

 

Cosa legge nel monumento?

L.G.

 

Prima dell’opera occorre capire l’artista, entrare nel suo mondo, altrimenti il giudizio sull’opera sarebbe come una rondine senza il cielo. Dopo aver inquadrato l’artista si può iniziare a parlare del monumento. De Minicis vive pienamente nell’era fascista, ed uno dei marchi del fascismo è stata l’esaltazione della virilità.

                       Il monumento nella sua architettura è un simbolo fallico, è, o meglio sembra, la               esaltazione della virilità. Ma la grandezza dell’idea generatrice di questo monumento sta proprio nel contrasto  tra questa base fallica e la rappresentazione  di Corridoni morente. L’uomo muore in modo naturale senza atteggiamenti crudi o drammatici o retorici, piega dolcemente il ginocchio, reclina il capo e perde lo sguardo verso il cielo. La sua morte è in antitesi con la base fallica su cui poggia ed è in questa antitesi che si deve vedere la novità del monumento. De Minicis in quest’opera non è né Messina, né nessun altro del passato. Ma è se stesso, capace di trasmettere emozioni e forza. Nelle sue figure c’è plasticità, dinamismo e forza collettiva dell’opera.

 

Il bozzetto in gesso

 

 

                     Io vedo la figura scultorea della Vittoria ( o meglio, rappresentata come Vittoria) come un angelo che sostiene quest’uomo semplicemente morente. Questa è l’innovazione! Ed è questa seconda figura (che sostiene Corridoni, che cade con semplicità, con naturalezza) che esprime forza e genera pathos in chi l’osserva. Qui possiamo osservare il dinamismo plastico che partendo dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso è una cosa a se stante e secondo i fini di de Minicis. Egli ha saputo imprimere ed esprimere una morte semplice, quindi non retorica in un contesto storico retorico e fascista. Lo scultore De Minicis con quest’opera va oltre il periodo 39-45 per porsi                   (possiamo ben dire) nel periodo 39-60.

Inoltre osservando quest’opera, nasce dal punto di vista emozionale un pensiero: avrà Diego De Minicis precorso i tempi della propria morte e descritto se stesso in Corridoni morente?

 

Il monumento in una foto del 1935