Quando Diego De Minicis “sussurrava” la morte
G.Berchiesi
Nel catalogo dedicato allo scultore “Diego De Minicis” l’Esteta, Prof. Roberto Cresti, così scrive a proposito del bozzetto del monumento[1] a Filippo Corridoni di De Minicis:
Quanto
al progetto ideato per Corridoni, che fu scartato dalla giuria incaricata
della selezione, si percepisce uno sforzo di omologazione al modello degli
stiliti di regime, con palese scarto fra la rigidezza (anche qui martiniana)
della “Vittoria” accorrente alle spalle del caduto (in quel momento per la
verità ancora “cadente”) e il corpo flessuoso dello stesso, di cui resta realizzata
solo l’enorme testa. Essa però rivela una psicologia poco eroica e, considerando
quello che seguì dopo pochi anni, ossia la guerra, la quale provocò lo smembramento
del regime facsista, appare oggi più la testa di Orfeo portata dal corso dell’Ebro
che quella del celebre sindacalista rivoluzionario sodale del duce. Forse
la “fascistissima” giuria non aveva sbagliato.
Questo giudizio, pur nell’erudizione dello stile, rivela i limiti
dell’esame frettoloso e colto da cui scaturisce. Infatti
Diego De Minicis ha il tocco e la delicatezza del pittore quando crea i suoi
lavori, i quali provengono sempre da un’idea nata nella sua mente analitica.
Occorre, per esaminare le sue opere, la modestia e l’umiltà di chi sa di non sapere, mentre la presunzione di sapere rischia di
annientare la delicatissima vena filosofica e pittorica di questo scultore. E’
come se un pianista eseguisse il Sogno di Schumann nello stesso modo del presto
agitato del Chiaro di luna di Beethoven.
Nel monumento a Corridoni De Minicis “racconta” le fasi principali della vita di Corridoni in tre fasce che ornano la colonna. Ecco quindi che il monumento “diventa racconto”, un racconto delicato “quasi bisbigliato”. Alla sommità della colonna ci sono due figure, con le quali la mente analitica di De Minicis rappresenta il fatto scomponendolo in due parti, attraverso le due figure:
1) Corridoni, ovvero il fatto privato della morte. La morte è l’attimo in cui tutto scompare intorno all’uomo, i clamori della vita cessano, l’uomo si abbandona. Non esiste né titolo, né merito, l’uomo è solo con la sua morte. Il ginocchio è appena piegato, il capo è reclinato all’indietro e, se si osserva il volto in grandezza reale, la morte è scolpita in quella bocca socchiusa, nello sguardo perso verso l’infinito. E’ una morte sussurrata, è la continuazione del racconto iniziato con le tre fasce della colonna. Corridoni cadente ha tutte le connotazioni dell’intimità di un fatto privato, non ha orpelli, non ha armi, è un uomo che muore.
2) La figura della Vittoria rappresenta l’aspetto pubblico della morte di Corridoni, è il dopo dell’evento sussurrato. Per questo la Vittoria avanza con la rigidità e l’aulicità che spetta ai potenti. E’ nella Vittoria così rigida, così aulica che l’uomo, la cui morte De Minicis ha dipinto con delicatezza, quasi sottovoce, diventa l’eroe, con tutti i clamori e gli orpelli celebrativi. La vittoria perciò è aulica e rigida perché è importante e pubblica. Cogliendo questo dualismo (uomo/eroe) nel fatto della morte di Corridoni, De Minicis rivela la sua originalissima vena: toccare con la scultura le sfere della filosofia.

La morte sul volto di Corridoni
Corridoni e la Vittoria
[1] Il bozzetto al monumento a Corridoni è stato
eseguito nel 1935, all’età di 22 anni, prima del conseguimento del diploma
dell’Accademia.