Commemorazione del Prof. Stanislao Tamburri, 29 Settembre 2007

 

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A pochi mesi dalla scomparsa, il Comune di Petriolo ha voluto ricordare a tutta la comunità la figura del Prof. Stanislao Tamburri, petriolese di nascita, che ha sempre conservato un profondo legame con il suo paese.

Nel Santuario della Misericordia, il 29 Settembre 2007, alle ore 16.30 una grande folla ha presenziato alla cerimonia. Erano presenti oltre ai familiari, amici di vecchia data, ex-alunni e concittadini, rappresentanze del Lion’s Club e della Croce Rossa, di cui il Prof. Tamburri è stato Presidente, prima nel Comitato di Macerata e poi, molto più a lungo, in quello di Petriolo.

Hanno preso la parola, nell’ordine:

Il sindaco Dr. Maurizio Castellani

Il Prof. Evio Hermas Ercoli

La Prof. Jader Pojaghi

La Prof. Donatella Donati Capodaglio

L’Avv. Graziano Pambianchi

 

Prima che gli oratori iniziassero a parlare, la Signora Anna Tamburri, figlia del prof. Stanislao, ha ringraziato gli organizzatori e l’amministrazione comunale a nome anche della sorella Elisabetta e di tutti i familiari per l’affettuosa sensibilità dimostrata nel ricordare la figura del padre.

Quindi il Sindaco ha rivolto ai presenti queste sentite parole:

 

Signore, Signori, Gentili Ospiti,

mi sembra doveroso innanzi tutto rivolgere un cordiale saluto ai familiari del Prof. Stanislao Tamburri e un caloroso ringraziamento alla Prof. Donatella Capodaglio, alla Prof. Jader Pojaghi, al Prof. Evio Hermas Ercoli e all’Avv.Graziano Pambianchi, che con la loro presenza onorano il nostro paese e rendono ancora più solenne questa cerimonia.

Mi sento inoltre in dovere di ringraziare, a nome di tutta l’Amministrazione, il Prof. Gianfrancesco Berchiesi, che tanto e instancabile impegno profonde nel recupero del nostro passato e nell’organizzazione di eventi e manifestazioni che riguardano la storia, la cultura, la società di Petriolo, di cui un illustre e straordinario rappresentante è stato il prof. Stanislao Tamburri, la cui figura vogliamo quest’oggi commemorare. E’ questo un momento in cui, per la commozione, le parole fanno fatica a venir fuori, ma è questo un momento in cui ciascuno di noi riporta e consegna agli altri le proprie immagini e sensazioni, che in me sono sigillate nel ricordo deferente dell’alunno nei confronti del suo professore e nella pluridecennale amicizia di cui egli in seguito mi ha onorato.

Fine intellettuale e acuto studioso, il prof. Tamburri ha dedicato, con non comune senso di responsabilità, le sue energie come insegnante di liceo, contribuendo alla preparazione e alla formazione di generazioni e generazioni. E’ riuscito, con la sua profonda passione e conoscenza, a far amare a molti giovani la cultura greca e romana. Ed io suo alunno gli sono profondamente grato perché, quando ero un ragazzo di campagna, mi ha fatto conoscere un mondo nuovo, mi ha aiutato ad allargare orizzonti, infondendo in me l’amore per lo studio e i principi di libertà, solidarietà, di dovere verso gli altri, di appartenenza.

Il professore è stato perciò non solo un esimio insegnante di latino e greco, ma anche un grandissimo esempio di umanità e cortesia, un uomo di grande intelligenza, di elevata probità e correttezza, un abile formatore, per la sua capacità di rapportarsi a noi studenti con autorevolezza ma senza l’autoritarietà di un docente.

Il prof. Tamburri! Un uomo che ha attraversato un secolo, che ha intensamente vissuto e condiviso vicende piccole e grandi della nostra gente, della nostra comunità cittadina, vicende che ha saputo poi inserire nella storia più complessa dell’intera collettività nazionale.

Negli ultimi decenni passava molto del suo tempo a Petriolo, conosciuto, stimato, rispettato, amato; qui ha continuato i suoi studi, qui ha partecipato alle varie iniziative culturali promosse dall’Amministrazione e a Petriolo ha dedicato molti suoi scritti. Con lui se ne va una parte della nostra storia, ma a me, a tutti noi restano i suoi insegnamenti, il suo esempio. Non c’è una frase adeguata per chiudere questo mio intervento, questa mia testimonianza di stima e di affetto nei confronti del mio insegnante, del nostro illustre concittadino, del mio amico. Vorrei pertanto terminare rileggendo, così come, credo, avrebbe fatto lui un passo delle Lettere a Lucillo: “Se tu avessi avuto la più grande delle disgrazie, la perdita di un amico, dovresti sforzarti di esser più contento che mesto per averlo perduto. Ma i più dimenticano questi vantaggi e quanto gioia hanno ricevuto....Credimi, la sorte può toglierci la presenza fisica di quelli che amiamo, ma gran parte di essi rimane in noi. Il tempo passato ci appartiene....”.

E con la profonda convinzione che il Professor Tamburri è uno splendido esempio di studioso e di cittadino, alla cui figura si può cercare di tendere, ma certamente non raggiungere, ripeto ancora una volta: “Grazie professore per quello che ci hai insegnato, per quello che ci hai dato!”.

 

Il Sindaco ha poi letto la lettera inviatagli dal Professor Ugo Criscuolo, impossibilitato a partecipare alla Cerimonia:

 

Gentile Sig. Sindaco, ringrazio per l'invito che mi è stato spedito relativo alla manifestazione ufficiale organizzata dal Comune in omaggio alla memoria del prof. Stanislao Tamburri. Non potendo essere presente, come sarebbe stato mio vivo desiderio, voglio rendere Lei e gli amici partecipi dei miei sentimenti di affetto e di stima per il compianto amico Stanislao, del quale
ho potuto apprezzare la grande umanità congiunta alla vasta cultura e all'amore per la sua terra marchigiana e per la sua piccola patria, Petriolo. Il suo ricordo mi sarà sempre di stimolo e di esempio. Alle figlie Anna e Elisabetta, ai generi, ai nipoti, agli amici tutti il mio più cordiale saluto. Ugo Criscuolo

 

Successivamente il Prof. Ercoli, dopo una breve parentesi sui legami di parentela, amicizia e colleganza tra suo padre e Tamburri, ha tracciato una sintetica ma esauriente storia del prestigioso polo culturale che è stato ed è tuttora il Liceo Ginnasio G.Leopardi di Macerata, dalla sua nascita subito dopo l’unità d’Italia, con il commissario straordinario per Le Marche Lorenzo Valerio, fino ai giorni nostri; Liceo che in modo primario per decenni ha formato la classe dirigente maceratese e che è stato il luogo dove il Prof. Tamburri ha potuto sviluppare la sua brillante carriera di docente ed educatore. Ha ricordato inoltre il percorso fatto dal prof. Tamburri nell’arco della sua lunga vita nello sviluppare le sue doti di studioso, di saggista e di scrittore.

 

Introdotta dal Prof. Ercoli, la Professoressa Jader Pojaghi ha tracciato l’immagine del collega con queste parole:

 

Grazie a chi mi ha offerto l’occasione di ricordare il Professor Tamburri in pubblico. Un collega amabilissimo. Portato per natura a mettere a proprio agio gli altri, a ridimensionare situazioni gravi, a discutere su soluzioni equanimi e ragionevoli. Sempre rispettoso dell’altrui pensiero, non ha fatto mai pesare (e nemmeno fatto conoscere in tutte le sue sfaccettature) la sua profonda, ampia cultura. Nessuna intromissione, ma una evidente costante disponibilità. Scanzonato ed ironico, in primis con se stesso, ha considerato l’insegnamento non la “consegna” del proprio bagaglio culturale, quanto una intesa con gli alunni, un messaggio e un esempio di vita. Amante della natura, conviviale, cultore di profonde amicizie, con il suo aspetto e il suo modo di porgere volgeva tutto in positivo. Quando ho letto il libro, stampato ma non edito, che con pensiero affettuoso la figlia Anna mi ha portato in regalo, “L’ itinerario”, mi sono chiesta quanto veramente conosciamo i nostri simili. Tamburri, che sapevo  studioso di argomenti inerenti alle sue discipline e alle tradizioni del suo paese, aveva scritto un romanzo storico e di fantasia (come egli precisa)! Sono stata fortunata ad averlo avuto come collega.

 

 

Quindi il Prof. Ercoli ha invitato a parlare la Professoressa Donatella Donati Capodaglio, che ha ripercorso la strada di scrittore del Professor Tamburri:

 

Per Tamburri il punto di partenza è sempre la lettura del testo e la presentazione al lettore delle parti che gli servono per chiarire il suo pensiero e la sua critica. Il saggio su Ugo Betti ne è una prova brillante, altrettanto di quello sui rapporti tra Leopardi e Pavese: saggi nei quali brilla il professore che non vuol affermare senza avere dati a disposizione e li raccoglie e li scruta fondandosi sui testi. La sua è una rivolta contro l’abuso critico dell’ interpretazione ad orecchio senza il sostegno di apparati critici. Accuratissimo il saggio su Leopardi e il mondo greco. Approfittando della sua conoscenza precisa della lingua individua corrispondenze e intrecci inoppugnabili. Il saggio è all’altezza di tutti quelli che sull’argomento hanno scritto i critici più noti. Ne è mancata la diffusione che purtroppo solo le grandi case editrici e i canali universitari hanno il privilegio di poter fare. Non dimentichiamo il Tamburri sottile umorista e narratore di eventi familiari e locali in una chiave bonaria ma acuta. Parlando della sua adolescenza e descrivendo la Petriolo di quell’epoca introduce un quadro in cui storia personale e storia locale si confrontano con quella nazionale, sicché sostituendo al nome di quella cittadina un qualsiasi nome di analogo paese d’Italia, soprattutto della centrale, gli eventi e i personaggi si sovrappongono. Divertente la coppia di Ottavia e Lisà, l’eterna malata che campa centenni e lo storpiatore di nomi e di parole con il piglio della persona colta. Emblematica di un’epoca e di una mentalità la figura del marchese Savini che nella memoria dell’autore rappresenta il mito della classe nobile che con il suo comportamento contribuisce a mantenere profondo il solco che la separa dalla gente comune.

“Cum te non video cuncta sunt mihi parum.” (Quando non ti vedo tutto vale poco per me). Questi versi così teneri e leggeri, che fanno pensare a una poesia cortese ante litteram, chi li scrive è Venanzio Fortunato, sesto secolo dopo Cristo; li possiamo conoscere attraverso una ricostruzione fedelissima quanto al contesto storico e filologico fatta da Stanislao Tamburri dell’opera di un autore alla cui vita ha dedicato lunghe e appassionate ricerche. Ha seguito il metodo dello storiografo, ha raccolto i documenti, li ha confrontati, ne ha fatto una prima pubblicazione nel 1991 in “Studi (Saggi letterari dall’Humanitas altomedievale al nostro Novecento)”, per poi decidere di tesserci sopra un romanzo storico, “L’itinerario (Una vicenda di amore e di fede del secolo VI d.C.)”, in cui il vero contesto si fonde con l’immaginario di una storia quasi d’amore, quella di Venanzio Fortunato e della Regina Radegonda. Tamburri è stato uno dei più approfonditi studiosi dell’alto medioevo alle sue origini, il V e VI secolo, l’inizio di quell’epoca frettolosamente liquidata come buio nel buio, dalla quale invece il ricercatore paziente ed esperto ha tirato fuori una quantità inedita di informazioni, collegate insieme da storie di vita, autentiche e verificabili. Il sistema della raccolta si fonda sul principio d’ordine, che faceva parte della sua formazione classica, per cui le notizie non si accavallano, ma si distendono nella narrazione proponendo percorsi diversi, ma riconoscibili, cosicché il lettore vi trova spunti e interessi per altre storie, altri eventi che alla fine compongono un quadro pressoché completo degli anni esaminati.

Lo scopo dello scrittore non è tanto quello di rivalutare l’alto medioevo (ci hanno pensato Panowski, Le Goff, Eco e tanti altri) quanto quello di mostrare un mondo in divenire in cui la varietà e l’incalzare degli eventi produce cambiamenti epocali. Naturalmente i protagonisti emergono con vigore. Venanzio Fortunato,pellegrino da Valdobbiadene a Poitiers, è personaggio di spicco, poeta, scrittore, uomo di Chiesa e certe sue avventure ci portano nell’ambito di una civiltà in fieri dove il messaggio cristiano si trasmette attraverso i monaci benedettini e il miracoloso San Martino di Tour. Redegonda è in anticipo sulle dame della corte provenzale, sulla stessa Eloisa compagna di Abelardo, per la spigliatezza, la cortesia, ma anche la libertà di movimento nonostante la monacazione. Una interessante scoperta di Tamburri che con abilità fa emergere la personalità di questa donna, rivelandone anche aspetti segreti e sviluppando delle ipotesi sul suo comportamento. Poitiers è il luogo principale dove si svolgonoo gli eventi principali, ma Fortunato è un viaggiatore e nei suoi spostamenti c’è pure un drammatico ritorno ad Argentoratus (Strasburgo), con la speranza di ritrovare Erka, antico amore, e la storia della  tragica fine della donna. Certo non mancano riferimenti manzoniani e anche virgiliani, come il lungo narrare del protagonista a Radegonda le sue avventure. Fortunato è però fino alla fine l’uomo di Radegonda: le sopravvive e nel suo pensare a lei un solo dispiacere: non aver avuto abbastanza forza per santificarla; ma a mio parere nel romanzo di Tamburri compare la prima donna angelicata della letteratura.

Prima che dell’opera di Venanzio, Tamburri si era occupato di uno scrittore di poco precedente (sempre in quel latino che a torto forse chiamiamo della decadenza, perché è solo una lingua in evoluzione), Sidonio Apollinare. Tamburri ricostruisce e ordina l’intera sua opera, della quale mi sono sembrate molto importanti le Epistole, le lettere. Quelle di carattere giuridico, messe bene in evidenza dal nostro autore, contengono una quantità di riferimenti a vertenze e giudizi che sembrano rispecchiare, specialmente quelle che riguardano le successioni, intrighi e maneggi non estranei a eventi del nostro tempo, a dimostrazione dell’efficacia della scelta e della modernità della traduzione.

Non dobbiamo trascurare infatti il Tamburri latinista, insuperabile conoscitore del latino e sua appassionato insegnante per generazioni di studenti. Un traduttore che sa rendere con la lingua dei nostri giorni il senso e l’aspetto formale del latino dell’epoca di riferimento. Di Sidonio Apollinare racconta la vita con un incalzare avventuroso, perché essa si svolge durante il periodo degli ultimi imperatori romani, tutti brevemente regnanti, e i successivi piccoli regni, tra cui quello gallo-romano cui appartiene Sidonio, nominato vescovo ma costretto a districarsi tra intrighi e congiure, delle quali non manca anche qualche aspetto comico. Debbo dire che pensando a certi ultimi film di successo sul mondo antico, avrei da consigliare il Sidonio Apollinare e il Venanzio Fortunato e la Regina Redegonda di Tamburri per trovarvi spunti favolosi per sceneggiature. Quando poi affronta autori contemporanei il metodo è lo stesso.

L’ultimo intervento, introdotto sempre dal prof. Ercoli, è stato quello dell’avv.Graziano Pambianchi, il quale ha toccato l’aspetto umano dell’insegnante. La capacità di contatto psicologico con lo studente era già stata messa in evidenza dal Sindaco, Dr. Castellani, quando aveva ricordato l’apertura del docente Tamburri verso un “ragazzo di campagna”. Tamburri non era un uomo chiuso nella sua torre eburnea di sapere, ma si rapportava alle reali situazioni dei suoi studenti per condurli verso livelli culturali più elevati. Con l’intervento dell’Avvocato Pambianchi è emerso ancora più compiutamente l’aspetto paterno del docente. L’avvocato ha ricordato, particolarmente commosso, come il suo ingresso al Liceo Ginnasio di Macerata avesse coinciso con la perdita del padre. Per il professor Tamburri nei confronti dello studente Pambianchi era così iniziato un rapporto quasi di guida paterna, oltre che di insegnante ed educatore ai valori sociali, sfociato poi in un’attenta e duratura amicizia. “Io ti seguo”, gli disse un giorno, telefonandogli durante un momento di crisi nel suo incarico presso l’Amministrazione Comunale di Macerata: il professore non aveva smesso di  seguire con discrezione il suo ex allievo, anche fuori dell’ambito puramente didattico, per incoraggiarlo e consigliarlo. La sua opera continuava, perché, come ha ricordato l’avvocato Pambianchi, il professor Tamburri oltre che docente di latino e greco è stato soprattutto insegnante di vita.

 

 Allo scrivente è sembrato che durante la commemorazione tra i presenti aleggiasse anche il ricordo della sposa del Professore, la Signora Tecla, lei stessa indimenticata insegnante ed educatrice di una folta schiera di maceratesi: è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Uguale pensiero ha espresso la figlia Anna, che, salutando e ringraziando a conclusione della cerimonia, si è chiesta commossa se forse, magari seminascosti in un altare laterale, Stani e Tecla insieme non vi avessero assistito, sicuramente contenti ma anche con quel sereno distacco di chi ormai guarda al nostro mondo e ai suoi valori da un’altra, più alta dimensione.

Per cortese iniziativa del Maestro Enrico Vissani, la commemorazione si è chiusa con un invito al Bar Centrale, sotto il cui loggiato è stato offerto un rinfresco, mentre il gruppo musicale del Maestro

eseguiva un  graditissimo concerto di canzoni d’autore.