Commemorazione di Rolando Morena, pittore

 

G.Berchiesi

 

Il 20 Aprile alle ore 17, presso la Sala del Capitolo dell’Abbadia di Fiastra, è stata inaugurata la mostra retrospettiva dedicata al pittore Rolando Morena (1928-2003). Il titolo della retrospettiva era “Tra la luna e la terra, LA VITA”. L’Associazione Arte per le Marche è stato l’ente patrocinatore dell’evento.

Come curatore della mostra ho invitato i numerosi presenti a lasciare libera la parte centrale della Sala, perché la ballerina Emanuela Paggi (di Corridonia) ne avrebbe avuto bisogno per interpretare l’Adagio del Chiaro di Luna di Beethoven in omaggio a Morena, le cui opere sono centrate sulla luna e sul suo valore simbolico. Adagiata sotto uno chiffon di seta circolare color giallo-luna, la ballerina ha cominciato, alle prime note, a muoversi come volesse emergere o “nascere” e poi pian piano è emersa, ha iniziato a conoscersi, poi a vivere e poi lentamente con le ultime note a “morire”, riadagiandosi sotto lo chiffon-luna.

La luna, quasi sempre presente nei quadri di Morena, è stata in tal modo magistralmente interpretata come simbolo ciclico di nascita, vita, morte.

Poi sono intervenute la giovane critica d’arte Silvia Bartolini e la presidente dell’Associazione Arte per le Marche, Antonella Ventura.

 

ROLANDO MORENA: INTRODUZIONE ALLE OPERE E ALL'ARCHETIPO FEMMINILE  

di Silvia Bartolini

 

   Contrariamente alla “semplicità”, in verità del tutto apparente, del suo linguaggio, parlare dell'attività del pittore fabrianese Rolando Morena non diviene affatto semplice, trovandosi di fronte alla sua immane produzione frutto di un'applicazione costante e continua, tipica di chi intenda l'arte come fonte emozionale di risposte agli interrogativi esistenziali, ricerca del senso stesso della vita, mestiere attraverso cui aderire giorno dopo giorno ai propri valori trasformandoli in poesia, e consegnarli così all'umanità. Un lavoro certosino di scavo interiore per arrivare a verità condivisibili da tutti.

   Pur avvalendosi di una pittura figurativa che all'occasione si fa narrativa – racconta storie, momenti di vita, situazioni private – l'opera di Morena offre in realtà molteplici percorsi di lettura, una pluralità di tematiche, e si piega ad ancor più associazioni mentali, proprio perché essa indaga l'umano, rivolgendosi a tutto ciò che l'uomo, ogni uomo, di ogni tempo e di ogni luogo, esperisce e prova, partendo da ciò che fonda la propria natura e il proprio essere nel mondo. Nelle opere di Morena infatti prendono corpo la nascita, la morte e tutte le stagioni della vita umana: in esse sfilano figure di madri, di donne, di vecchi e bambini, si susseguono paesaggi e luoghi familiari di provincia, nature morte che veicolano un caldo quotidiano domestico, scene venatorie, fedeli animali da compagnia ed episodi circensi e carnevaleschi, tutti accompagnati dalla presenza costante e incombente della luna. Ma queste, lungi dall'essere pure raffigurazioni realistiche, nascondono una ricca trama di interconnessioni che trasfigurano il dato naturalistico facendone invece affiorare il valore archetipico universale, grazie anche ad atmosfere che si fanno sempre più rarefatte e fuori da ogni possibile collocazione spazio-temporale, in cui si trovano a coesistere sogno e realtà, rappresentazione concreta e simbolica.

   Paradossalmente, la difficoltà di Morena sta proprio nella semplicità di ciò che rappresenta perché, facendo parte del vissuto quotidiano dell'uomo, ne indaga il senso profondo, e nel farlo egli si affida ad elementi che perdono appunto il loro senso proprio per trasformarsi in simboli. Pochi elementi essenziali dunque, ma ricorrenti e ricombinabili di volta in volta per stabilire nuove connessioni e nuovi percorsi: c'è una volontà di tornare sugli stessi temi mettendoli a contatto tra di loro (ad esempio la giovinezza e la vecchiaia, la maternità e la natura) cambiando dettagli, luci e ombre, in modo che essi possano esprimere appieno tutto il proprio potenziale semantico e darsi nel modo più completo possibile. Quella di Morena è dunque una ricerca continua che si sviluppa intorno all'uomo e a tutto ciò che lo rende tale, e quindi affetti, sentimenti e paure (veicolati da figure simboliche come madri o scenette di genere), nonché convenzioni sociali (simboleggiate da maschere e gabbie), che, colte in maniera intuitiva, vengono rielaborate in un contesto accurato e non immediato sulla tela o sulla carta, in modo che lo stesso meccanismo possa ripetersi in chi si soffermi a cogliere questi segnali: “c'è in ogni sua opera una ricerca dell'umana materia, con inesauribile riserva di sollecitazioni e mediazioni mentali” (E. Marciano).

   Parallelamente alla polisemia delle rappresentazioni, l'opera di Rolando Morena si avvale anche di una sperimentazione di tecniche diverse, che vanno da quelle più tradizionali come l'olio e il pastello ad olio, all'unione di tecniche disomogenee, fino alla pittura stesa direttamente con le dita e alla china che, usata sulla carta o sulla tela, a volte con tratti più minuziosi e precisi, altre con ampi segni sfuggenti, crea suggestioni incisorie. Alcune sue opere in bianco e nero sembrano infatti vere e proprie incisioni, di quelle che si ritrovano sfogliando libri antichi e quotidiani di fine XIX secolo, data  la precisione e decisione del tratto e il marcato contrasto tra luci e ombre. A tal riguardo si vedano certe nature morte ambientate all'interno di scenari domestici e soprattutto certi scorci di tetti fabrianesi o di vicoli marchigiani realizzati con la china che testimoniano, tra l'altro, la vera vocazione di Morena: il disegno. Egli era infatti un abilissimo disegnatore, e in ciò risulta essere sorprendentemente un autodidatta: il suo è un segno che si adatta alle esigenze della rappresentazione facendosi di volta in volta più fluido e accurato o più secco e deciso, infittendosi nelle zone d'ombra per rendere più netto il contrasto con le parti illuminate, dove esso delinea appena i contorni delle figure.

   Quello di Morena è tuttavia un segno che si evolve nel tempo: dalle prime rappresentazioni in cui sembra aderire più da vicino alla realtà delle cose, di cui però cerca di cogliere il lato intimo e sentimentale, gradualmente esso subisce una certa astrazione trasfigurante, che aggiunge significati reconditi, rimossi, facendo emergere un senso di inquietudine nello spettatore. Evoluzione, questa, chiaramente visibile nei paesaggi, in cui le piccole case a mattoncini rese con scrupolosità di dettagli ed espressione di una naturale quiete e armonia, passando attraverso una semplificazione in pochi tratti costitutivi (rendendole simili a certe case che si scorgono nel Carrà del ritorno all'ordine per l'imponenza massiccia dei volumi), finiscono per essere del tutto alterate da un tratto che si fa più violento ed espressionistico. Infatti Morena lascia cadere qualsiasi cedimento al dato naturalistico per arrivare ad una visione più interiorizzata, più soggettiva del mondo circostante, e lo fa con una deformazione straniante del profilo degli edifici, che subiscono un brusco allungamento e restringimento verso l'alto, quasi essi fossero risucchiati da una superiore potenza cosmica. La solidità e la tranquillità delle prime opere viene così del tutto spazzata via dalla spigolosità dei tratti e dall'incongruità delle fughe prospettiche, creando un ambiente dai toni espressionistici che rimandano ad un'inquietudine profonda che sconvolge il rapporto tra l'io e il mondo circostante.

   E questa sensazione di disagio, di smarrimento e di pericolo viene anche veicolata da un uso particolare del colore: per quanto Morena sia da sempre legato ad una certa monocromia che vede soprattutto nel rosso, nei suoi toni e nelle sue sfumature (fulvo spento, rosso mattone, terra di Siena, rosa, lilla)[1], il colore prediletto per il suoi paesaggi colti nel momento in cui vengono investiti dalla calda luce di un tramonto emanante un'avvolgente nebbiolina che rifrange bagliori violacei su case e cose, negli ultimi paesaggi queste tonalità tenui e morbide diventano accese e combuste, arroventate e intense. Un rosso violento, igneo, è assunto a colore dominante, il quale “incendia l'orizzonte, le acque, brucia case e castagne, rende guizzante di fremiti torpurei l'inerzia muta delle pietre, aride fra le rocce scheggiate, s'insinua nei tagli rupestri, rende sanguinanti le erbe palustri” (M. Falessi). La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una Dite infernale, incandescente e infuocata, spesso accentuata dal contrasto con cieli dai toni freddi e innaturali, ad accentuare il turbamento di un'incombente destino nefasto, già suggerito dalla figurazione. Quindi non solo il colore ma anche le finestre, rese simili a strettissime e sfuggenti feritoie medievali, le porte, trasformate in grandi arcate metafisiche, e gli edifici stessi, forme “gommose” e fugaci, neglette di una passata solidità ed imponenza, tutti insieme trascolorano quello che era potenzialmente un paesaggio reale rendendolo uno spazio onirico e favolistico, in cui la presenza umana è annientata da case “antropofaghe” che inghiottiscono la vitalità e il calore degli abbracci materni, che costituiscono la tematica centrale di una grossa parte della produzione del pittore di Fabriano. Aridità di paesaggi sterili e invivibili, contrapposti alla pienezza vitale degli affetti. Unica silenziosa spettatrice, capace di collegare come un sottilissimo fil rouge prove così distanti, agli antipodi per certi versi, è l'immagine della luna che, per la sua connaturata ambiguità semantica, è in grado di riunire sotto il suo segno nascita e morte, corruzione e generazione, che sono, appunto, gli estremi cui essa è sintesi nell'immaginario mitico, nonché tematiche ricorrenti nell'opera di Morena.

   La luna, infatti, quando non è stata considerata per se stessa quale oggetto fisico-astronomico o meta di viaggi fantastici o generatrice di influenze astrali e di interazioni con i cicli naturali e con la psiche umana, è da sempre stata legata nell'immaginario collettivo all'archetipo della transitorietà, della ciclica nascita-morte-rinascita per il suo periodico apparire-scomparire-riapparire, e il suo mito in quanto tale è tramandato da culture pur diverse e distanti nel tempo e nello spazio[2]. La luna si ritrova così ad assumere un carattere doppio, contemporaneamente positivo e negativo, propizio e nefasto, proprio come accade nelle opere di Rolando Morena, in cui essa si manifesta in tutta la sua ambivalenza: a volte pallida e albina, altre volte sanguinolenta palla infuocata, la luna domina incontrastata sulle figure di madri e di donne, sugli anziani e sulle vecchie, sui clown, sulle nature morte e sui paesaggi, siano essi idilliaci scorci di paese, siano essi trasformati in roventi paesaggi interiori, riarsi dal tramonto della vecchiaia, dai bagliori di un tempo alla fine.

   E l'identificazione della luna e del ciclo lunare con quello della vita e con quello legato alla fertilità dei campi ha reso la luna stessa simbolo del femminile, della fecondità e della capacità di generazione, e per questo personificata con la figura di Selene. È in questi termini che essa, nei culti antichi, è stata identificata con tutta una serie di divinità lunari (tra cui Iside in primis, Cerere, Astarte, Cibele, Artemide, Ecate) sotto cui si nasconde l'archetipo della Grande Madre primordiale che, parimenti alla luna, ha due aspetti: l'uno è principio creativo, generativo, vitale e dunque benefico, mentre l'altro è distruttivo, mortifero e dunque demoniaco, proprio in quanto essa (come Medea) dà e toglie la vita, in quanto essa (come la terra) è principio e fine di tutte le cose in un ciclo perpetuo. Ambivalenza, questa, ben ravvisabile nella figura mitologica di Artemide: assimilata alla luna e alle sue fasi salutari sulla natura, ma anche ad Ecate, divinità infernale.

   E alla sfera di una sessualità cui si allacciano aspetti più oscuri, finisce così per legarsi tutta una serie di figure che sono ascrivibili al modello della donna fatale: la sirena, la belle dame sans merci sensuale e pericolosa poiché fonte di un potere conturbante e corrosivo (e la luna, nel suo passaggio, indica anche lo scorrere divoratore del tempo), che prende corpo soprattutto nell'immaginario e nella cultura di fine Ottocento – inizio Novecento, contemporaneamente alla crisi epistemologica antipositivistica e antinaturalistica di fin de siècle. Ma, sebbene non manchino ammiccamenti più espliciti ad una figura femminile colta nella sua sensualità, nel grosso dell'opera di Morena la luna si lega tuttavia al valore positivo della maternità e della procreazione: in molte tele e in ancor più numerosi disegni, si scorgono madri stringere al seno il proprio bambino, oppure, indirettamente, nonne il proprio nipote. Si tratta di scene di caldi abbracci in cui il disco lunare domina sullo sfondo, spesso si affaccia sfrontato attraverso una finestra che introduce a un mondo esterno, altro dalla chiusa dimensione degli affetti che appare invece in primo piano. Ma molto spesso la figura della madre si fa presenza sconsolata-consolatrice in uno scenario di distruzione, mentre nelle braccia non culla più il suo bambino sorridente ma il corpo esanime del figlio morto, impersonando gli opposti di vita e morte e spostando la rappresentazione dalla maternità alla “pietà”. È il caso del dipinto (in verità il colore ad olio è in gran parte steso con le dita) dal titolo La pace per loro, in cui è emblematico lo sguardo afflitto che la donna nel primo piano con un bambino in braccio rivolge verso la luna, la quale rifulge atarassica, lontana e bianca sopra una natura devastata.

   Il percorso che compie la luna, dal suo apparire nel cielo alla sua scomparsa, e  il suo attraversare ciclicamente varie fasi fino alla consunzione e alla rinascita finale, suggeriscono a Morena opere in cui figure di donne personificano, sempre illuminate dalla luce del riflettore lunare, il ciclo della vita, dalla nascita alla morte, passando per l'infanzia, la maturità, l'età avanzata e la vecchiaia: la bambina, la fanciulla, la donna matura (spesso ritratta nelle vesti di madre), e la vecchia convivono insieme sulla stessa superficie, in una disposizione ben scandita che traduce lo scorrere del tempo. E proprio alla vecchiaia finisce per associarsi esplicitamente la serie di quei paesaggi infuocati e combusti, in comunicazione con una diversa realtà, al limite tra il terreno e l'ultraterreno. Ma poi, quasi contraddicendosi, perché contraddittorio è appunto l'archetipo lunare, proprio come dall'abnegazione della luna vecchia si sprigiona la luna nuova, l'immagine della vecchia (e della vecchiaia) torna a legarsi con quella di bambine e fanciulle, in una circolarità vitale cui allude la perfezione dei pieni dischi lunari così rappresentati da Rolando Morena.                  

          

 

 

MORENA

“TRA LA LUNA E LA TERRA”

“LA VITA”

Antonella Ventura

 

La retrospettiva su Morena, pittore di Fabriano (1925-2003), fortemente voluta dal professor Gianfrancesco Berchiesi, finisce per celebrare più che la memoria dell’artista, come è giusto che sia, soprattutto un umanissimo riconoscimento della continuità di quella esperienza, unica e straordinaria, che tutti chiamiamo: VITA! che Morena ha magnificamente rappresentato attraverso l’ARTE.

La vita, imposta perentoriamente dal Morena, manifesta la sua forza propulsiva, nella singolarità tematica,come:” la Grande Madre

Tecnicamente puro con risoluzione in prevalenza della china su grafica, ma anche nella levigata realizzazione degli oli e degli intensi disegni su cera, Morena si muove in modo naturale, quasi domestico, in monocromie sui grandi temi dell’esistenza umana.

Alla negatività dei grandi artisti del suo periodo, vedi Burri che pure abita a pochi chilometri dalla sua Fabriano, il quale impone il suo “scacco senza speranza”, Morena contrappone una certezza almeno di discorsività umana, tutta giocata su allusioni tra cielo e terra e, in mezzo in un vortice di energia e caos, vi è : Lui e il suo Uomo.

Il suo disegno ordinato e al tempo stesso attorcigliato,seppur deciso, ma mai sconquassato, forma una spirale fantastica, dove “un filo” sottile collega il centro delle viscere della terra, della madre fino allo spazio dove non ci sono più limiti, né il tempo, ed è in questo che vi è la celebrazione autentica e sacra della vita.

La naturalità domestica, cui ci riferivamo sopra, indica un uso familiare delle realtà contingenti di sempre, come le pietre antiche di un romanico puro delle architetture della sua Fabriano, che però possono essere di una qualsiasi provincia della nostra Italia, quasi a voler sottolineare con garbo che la città di Gentile da Fabriano o le Marche sono da sempre l’humus di quell’umanesimo che pone l’uomo al centro della “ città ideale”, ove l’emotività è una scienza esatta, quanto l’astronomia o la matematica.

L’immagine appare limpida ed immediata nel tratto denso del SUO grande disegno, quasi a voler resistere il Morena ad un relativismo imperante e nichilista, ove la strutturazione di ogni accenno, seppur schematico, della forma-vita viene abolito (vedere Fontana, Vedova, Caporossi) e la forma-materia, destinata a perire  con la morte, non deve essere espressa con l’arte perché inutile! Con il Morena invece si assiste ad una testimonianza legata a degli archetipi ancestrali, dove vi è la: “DIVINAZIONE DELL’ETERNO FEMMININO” con il suo ventre fertile e la luna, suo spirito.

L’”essere e il divenire” partecipano ciclicamente in alternanza simbiotica tra il permanente e il non permanente.

Morena è moderno!

Talmente moderno che a tutt’oggi è cosciente di essere lontano! Libero finalmente da una società di morte e tutto da comprendere nella sua stoica resistenza di valori universali che stigmatizzano ogni processo vitale, e che per lungo tempo la cultura secolare ha categoricamente represso.

Un patrimonio di valori a cui il mediterraneo,culla di tutto lo scibile, si è sempre cibato e che il novecento ha spezzato, spazzato, trame e linee, architetture e paesaggi, ponti tra l’essere e il divenire, sotto cui l’uomo è caduto.

In Morena tutto questo non avviene, c’è ancora una speranza nella sua arte! Fa tornare alla memoria collettiva un comune antenato di alto lignaggio, lo cerca e lo sottrae con la sua pittura, in un complesso di indizi sapientemente miscelato con discrezione. Indizi, come il vortice a spirale a cui ricorre nelle sue figure.

Non si pensi ad un impeto creativo ed impulsivo, bensì ad un “caos calmo”lento e morbido, come lo “sguardo di velluto” delle sue creature, né vittime, né prede, ma sinceramente realizzate:

SONO!

Così ogni sagoma diventa una forma libera, qualunque sia il lato da cui la si guardi, prende corpo uno spazio acquisendone un suo senso.

Anche i paesaggi e le vedute, seppur raccolte, assumono una sospensione naturale tra cielo e terra, dove la base e il vortice perdono consistenza, ma è la complessità dell’insieme che assurge ad un significato.

L’opera del Morena richiama ad una meditazione espressiva. Nulla è casuale!, altrimenti non vi sarebbe una ripetizione rituale dei temi come dello stile. Nei suoi ROSSI corposi, praticati soprattutto negli ultimi anni della sua vita, vi è una“FERMENTAZIONE ORGANICA” come avviene per il sangue o per il vino, poiché la dinamica che si sviluppa è la stessa: la “trasformazione esistenziale” e non la “sola fine”, come si esplica con la morte della materia.

Il concetto che si trae dall’opera del Morena è ivi molto più complesso e misterioso. La sua forza la si trova nella nostra fame di storie o forse è meglio dire di storia, con la sua illusione di immediatezza ci imprigiona nella nostra consumata indifferenza. I volti delle sue creature appartengono ad una letteratura fantastica con una ri-creazione della solidarietà umana, dove si affermano implicitamente tutte le” informazioni necessarie” per essere disincantati dall’ovvio e mai falsati da un’illuminazione e da un’intensità che proviene dall’ALTO.

L’opera del Morena si guarda con il naso all’in su, con la curiosità bambina e con il cervello!

Un cervello, aperto in tutti i sensi e non solo alla logica; è questa la “celebrazione della vita e l’intelligenza “ del Morena.

 

Le due relazioni e l’interpretazione dell’Adagio del Chiaro di luna hanno riscosso un grande successo e calorosi sono stati gli applausi. Due signori “forestieri” si sono avvicinati a me e mi hanno ringraziato esprimendomi i loro complimenti per l’organizzazione.

Successivamente ho spiegato ai presenti, brevemente, ciò che avevo scritto nel catalogo, cioè la scelta dei quadri e la loro collocazione sequenziale nella mostra, invitandoli a seguire il percorso logico che avevo predisposto, che spiego qui di seguito:

 

MORENA

 L’uomo e la luna

G.Berchiesi

 

Conoscere il pittore Rolando Morena alla Marguttiana di Macerata nel 1967 è stato per me un privilegio, che mi ha permesso di iniziare un rapporto con una persona aperta e solare e nel contempo ricca di fermenti e fortemente compenetrata nel suo mondo interiore[3]. Era così immediato il primo approccio, che sembrava di conoscerlo subito in tutte le sue angolazioni, ma continuando a seguire la sua opera ci si accorgeva quanto fosse ricco e profondo il suo mondo interiore, che gradualmente emergeva.

Prima di essere pittore era un uomo, che guardava dentro di sé e per comunicare questo suo mondo interiore non aveva bisogno di inventare linguaggi nuovi, di usare una particolare tecnica. Se si osserva frettolosamente la sua produzione, in cerca di quelle stravaganze, che necessitano di un traduttore, e che spesso si vedono osannate in giro, si può pensare che sia un personaggio facile, che sappia disegnare e nulla più. Troppo facile è il suo linguaggio! Ma se lo si osserva con un po’di attenzione, si capisce che ciò che vuole trasmettere è così ricco, così fortemente strutturato, che non ha bisogno, per farsi apprezzare, di linguaggi nuovi e strani e, come fanno i grandi, comunica emozioni anche con mezzi semplici. Frugando tra i ricordi, nella nostra mente troviamo molti esempi di espressioni semplici nel linguaggio, ma ricche nella sostanza: un esempio, “La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole e reca in mano un mazzolin di rose e di viole....”.

Le sue lune, le sue madri, un pullulare di donne madri, quel fiume in piena di figure femminili, figura 1, che scendono da una luna lontana, quei bimbi che nascono da una luna, figura 2, tutto ciò ci introduce in quello che è il pensiero di Morena: la vitalità del mondo è femminile, la luna assume il significato di forza generatrice che presiede i cicli naturali, e sulla terra è la donna, la donna madre, che impersona questa sua forza.

Difficilmente indulge a rappresentazioni con vena erotica; la donna per lui è madre, e, ancora di più, è madre partecipe di un grande processo naturale che ci trascende e quelle lune incombenti lo ricordano sempre. Perché tutte quelle lune? La luna sia nella nostra tradizione classica, Artemide, sia nel bagaglio psicologico che ormai fa parte di noi, ha significati ben precisi, che creano degli archetipi. L’Artemide classica è la femminilità verginale, la protettrice della natura, nel bagaglio psicologico rappresenta la madre, così ben espresso da Pirandello in Ciaula, che una notte scoprì la sua luce argentea, tenera come una carezza materna. Non è ripetitività, ma è un ossessivo affermare che la vita nel nostro universo è femminile. Il suo rappresentare continuamente la donna non deve collocare Morena nella corrente del pensiero femminista, perché il suo dipingere al “femminile” è di portata filosofica più ampia e va oltre una diatriba tra sessi. La sua è una concezione cosmica “femminile”. Alcuni anni fa un critico[4] disse che la sua pittura toccava sfere inusuali come la poesia e la filosofia.

Poche sono le opere in cui la donna non è presentata come madre, uno di questi, nudo di donna con anatre, indulge sull’aspetto estetico-erotico e le anatre, simbolo della sessualità femminile, ricordano questa componente della vita, ma la luna che occhieggia dalla finestra aperta pone ancora queste potenzialità femminili nell’orbita della creatività, della generatività e la sessualità fine a se stessa non ha spazio nel mondo di Morena: essa è un tutt’uno con l’aspetto vitale, generativo del cosmo, figura 3.

 

 

Sia la deliziosa ballerina in bianco e nero, sia la fanciulla accovacciata (olio a colori) non sfuggono a questa visione: sulla prima opera le lune che gravano e la forma fallica della composizione floreale riportano sempre alla Vita nell’Universo, figura 4, che è femminile, mentre la parte maschile velatamente traspare da simboli.

E sulla fanciulla accovacciata e sulle due proiezioni future del suo divenire (la donna e la vecchia) incalza sempre la luna, figura 5. E questo stupendo accostamento, nel bianco e nero di figura 6, tra la luna e i seni di questa silhouette di donna conferma ancora come il corpo femminile sia una proiezione di una forza o di un progetto cosmico.

Perché uno goda appieno della pittura di Morena occorre gettare uno sguardo alla sua pittura e farsi prendere la mano dall’emozione che conduce oltre la figura, oltre il paesaggio per afferrare ciò che egli voleva trasmetterci, attraverso i simboli presenti: la vita è femminile sia che egli usi una situazione tragica come quella dell’olio in bianco e nero “la pace per loro”[5],  figura 7, o come quella del bimbo morto[6], figura 8, sia che rappresenti una maternità dolce, sia che le sue madri siano delicate, figura 9, o abbiano un volto primitivo, figure 10-11. Nell’opera n°9 il tema della femminilità è rappresentata anche dalla natura morta (la frutta) e dal paesaggio (le case) e la luna, la forza primitiva della generatività, costantemente protegge dall’alto. Ed ancora nell’opera n°12, in uno stile inusuale in Morena, il disco lunare incombe su una maternità e sulle case. Un gran numero di donne madri sono presenti nella produzione di Morena, figure 13-16. Al contrario è meno frequente, nella sua produzione, la donna non madre, anche se la luna in genere ricorda questa sua potenzialità, figure 17-18, oltre a quelle già esaminate.

Anche il tema della morte emerge dai suoi quadri, come nel bianco e nero in cui tutte le fasi di una vita (donna) sono rappresentate fino alla morte, figura 19, sia nella vecchia con le braccia abbandonate lungo il corpo sotto una grossa luna quasi minacciosa, accanto a case che sembrano risucchiate verso l’alto, figura 20: la vecchiaia, la morte e il divenire verso un’altra vita?

Il volto di vegliarda da cui scaturiscono gli uomini è la grande madre, è la femminilità da cui scaturisce il genere umano, figura 21: la luna, la grande madre e quel volo di uccelli, come nel quadro 9, così accostati in un unico dipinto fanno molto pensare. Forse vuol rappresentare la liberazione della vita da una forma potenziale ad una forma attuata attraverso la donna, oppure gli uccelli sono la parte maschile della vita.

Quei suoi paesaggi, con quelle case così materne ed avvolgenti nel Morena giovane, diventano più spigolose a volte inquietanti e poi stranamente risucchiate dall’alto, figure 22-31. Come suggerito dal quadro di figura 20, è la vecchiaia che l’autore vuol simboleggiare con le case risucchiate verso l’alto.

Il discorso torna, la donna o la casa (cioè la madre) sono il suo Cosmo, che è vitale attraverso la femminilità. Ed anche vecchia la donna è madre e stringe una bambolina, mesto ricordo della sua trascorsa potenza generativa, figura 32-34.

Ma Morena in una certa produzione tocca anche gli aspetti legati alla vita non solo in senso cosmico, come espressione di questa forza generativa, che trova nella madre l’espressione più alta, ma anche alla vita degli esseri umani legati tra loro nel grande “gioco della vita”. Sotto una grande luna il gioco della vita è rappresentato da clowns, chiusi dentro maschere, le quali indicano i condizionamenti, figura 35.

I condizionamenti ti chiudono in una gabbia: come nel bellissimo bianco e nero in cui nella notte figurine corrono libere sotto una luna piena, uccelli liberi volteggiano mentre in contrasto un uccello è chiuso nella gabbia, (figura 36), come la serie di uomini intrappolati dentro delle piccole caselle, (figura 37),  come i due clowns chiusi ed isolati nei loro costumi, (figura 38), che indicano nel cembalo una figurina di donna nuda e quindi libera, come i due clowns che guardano la silouhette di donna nuda, drammatico accostamento di autenticità, libertà e di finzione (figura 39). Le maschere proteggono, isolano, difendono, e non si può sapere chi c’è dietro quello schermo, figura 40.

Anche il bel volto di donna in bianco e nero con la testa avvolta da lunghi aculei e il mazzo di fiori in mano sotto una bella luna. Qui la maschera ha ceduto il posto ad una difesa diversa, ad un nuovo simbolo di condizionamento. Tra la grande madre (la luna) e i fiori (la maternità) si frappongono come ostacoli i condizionamenti qui espressi dai lunghi aculei, con cui la donna si difende, figura 40. Se si osserva bene questo tipo di produzione dell’autore (figure 41-47) si nota come sia inquietante e drammatica la visione della vita come rapporto con i simili, mentre è serena la concezione della vita voluta e difesa dalla donna madre.

La vita ha una grande protagonista, nel teatro cosmico, la donna madre: sia che abbia il viso da eroina tragica greca, sia che abbia il volto dolcissimo o primitivo la donna madre di Morena ci ricorda che la vita in lei trova la culla e la difesa all’interno di una forza universale, rappresentata dalla luna. Ed anche quando non compare la donna, si può ritrovare questo suo pensiero, come nel quadro seguente, dove la madre è la casa, e la luna è come al solito il simbolo cosmico della femminilità, e solitario svetta il campanile, unico riferimento maschile del quadro, figura 16, 20-22.

E’ raro trovare una pittura “maschile”[7] nella produzione di Morena, figura 48, ed altrettanto raro è un soggetto erotico, perché la sua dimensione al femminile scaturisce da una visione cosmica della vita, dove il “maschile” ha spazio solo in qualche simbolo, mentre il soggetto, l’azione sono femminili nel senso che sono la madre, la generatività, cioè ciò che ci distingue dai sassi, dall’amorfo, dallo statico.

La luna, la donna madre, la casa, sono i suoi simboli che parlano della stessa entità, e in due suoi quadri (6 e 22) è presente anche l’acqua, questo liquido amniotico ancestrale, che parla anch’esso di madre, un’ acqua limpida su cui si riflette il paesaggio e che parla di un rapporto affettivo sereno e sano. Da tutto questo nasce la pittura di Morena: un inno alla vita, alla generatività che è femminile innanzi tutto.

Per esprimersi non usa un genere definito, bensì è alla continua ricerca. Tra la figura 1 e la figura 49,  tra la figura 12 e la 13 la diversità di stile non confonde le idee e sempre emerge il Morena poeta e pensatore, come acutamente sottolineato da Storari. Riguardo all’ampio uso del Bianco e Nero, tanto grande è la sua maestria che non fa rimpiangere l’assenza di colore, anzi il dominio della tecnica offre all’osservatore tutta una serie di sfumature e di dettagli, che generano intense emozioni. Era abile anche nell’uso dei colori: i suoi rossi che spaziano dal rosso mattone (figura 22) all’incendio rosso della figura 20 sono una prova della capacità di comunicare anche a livello cromatico. Voglio chiudere questo mio omaggio a Morena riportando il bianco e nero della sua adorata nipotina e del suo amico di caccia.

 

  

 

 

 

 

Le opere in mostra

 

 

 

1                                                                                  2

 

3                                                                                       4

 

 

 

5                                                                     6

 

 

7

   

8[8]                                                                  9

 

 

10                                                                       115

 

 

12                                                                         13

 

 

14                                                                         15

 

                      16

 

 

17                                                                              18

      

19                                                               20

          

21                                               22

 

 

 

 

23                                                    24

 

  

25                                                                  26

 

     

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[1]    Per quanto riguarda l'uso del colore in Rolando Morena ritengo particolarmente significativi due interventi: “Quando Morena sceglie un colore è come se s'impossessasse della sua materia, perché ne studia a fondo l'intera gamma e lo stempera e lo sfuma scomponendolo nei suoi elementi primari trasformandolo in mille derivati, in mille gradazioni per poi ricomporlo nella sua purezza originale. Ne risulta un gioco meraviglioso di luci e ombre, dello stesso tono” (P. Girolamletti); “La pittura di Morena è di una diffusa e vaporante tonalità di fulvo spento, che a distanza porta a crearsi un'atmosfera quasi monocroma; mentre invece, da presso vibrano, seletti, tanti sottili virtuosi d'ombreggio che marcano, sfumando, un vivido impasto di rilevi” (V. Fida).

 

[2]    Per le diverse trattazioni dell'immaginario lunare si rimanda ad una sterminata bibliografia di studi di antropologia e storia delle civiltà antiche, che non è il caso di citare in questa sede. Sottolineo però una raccolta di saggi molto interessante: La luna allo specchio, a cura di Nadia Minerva, Patron Editore, Bologna, 1990.

[3] I quadri di R.Morena n° 7, 22, 23, 48 fanno parte della mia collezione

[4] M.D.Storari dice " le sue opere sono configurazioni compiute, che si basano sull'ingranaggio compatto dei mezzi pittorici da lui stesso inventati; ma che lo trascendono in quanto penetrano in sfere sinora rare nella pittura: la sfera musicale e poetica ad anche quella filosofica. Morena ha fatto un lungo cammino per poter dipingere così come egli sognava, per raggiungere espressioni complesse come quelle concesse al poeta, al musicista o al filosofo."

[5]  Collezione privata

[6]  Collezione privata

[7] Uno di questi è il volto di vecchio con lo sguardo perso lontano, che fa parte di una collezione privata.

[8] Presente in mostra come foto dell’originale