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Claudio Caldarola, dolore ancestrale

 

C’è il dolore mio, c’è il dolore tuo. C’è il dolore di oggi, il dolore di ieri. C’è il dolore senza tempo, il dolore senza confini, il dolore cioè associato alla precarietà della natura umana, che lo scorrere del tempo o lo spostamento nello spazio non cancella. Sono i vemina saeva di Lucrezio, i sogni infranti di Leopardi, che rincorrono l’uomo nel suo evolversi e che Claudio Caldarola fa suoi e li trasferisce su gesso o su creta.

 

figura 1

 

La figura 1 è una forma antropomorfa, un corpo senza carne, che presenta rughe, pieghe dure come il dolore. Suggerisce l’idea di un corpo, ma è più simile ad una forma, che inizia dove ci aspetteremmo i piedi. Lo sguardo inizia il suo percorso sempre da lì, da quella punta. Seguendo la forma, sposti lo sguardo tra mille rughe e sali verso l’alto e ti accorgi che la forma antropomorfa potrebbe essere una radice contorta che affonda nel tempo e nello spazio e sale verso la parte più umana di questa forma: il capo. Un volto martoriato, gli occhi infossati, la bocca socchiusa gridano il dolore e l’angoscia. E allora capisci cosa vuole gridare Claudio con questo forte linguaggio: il dolore fa parte dell’Umanità. L’UOMO affonda le sue radici nel tempo e nello spazio e da tempi lontani, da quando è nata l’umanità, come pure da spazi remoti, in ogni angolo del mondo, il dolore succhiato da questa radice sale sale verso l’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi: il dolore è lo stato naturale dell’uomo.

Opera eccelsa sia per il significato al limite del filosofico sia per il linguaggio usato, al confine tra figurativo ed informale, riuscendo in tal modo ad esprimere un discorso spazio-temporale di difficile attuazione con una sola scultura.

Claudio Caldarola, nella sua personale organizzata presso il Centro culturale Lili Noir di Capparuccia di Ponzano ha anche presentato alcune teste, di cui se ne mostra una in figura 2:

 

Figura 2

 

Volti spigolosi, puntuti, occhi infossati, che emergono da una cresta che praticamente circonda il volto. Nemmeno l’autore sa dare una spiegazione convincente di questa cresta. E’ qualcosa che è presente e si origina da motivazioni profonde, a mio avviso.

Io immagino una tela elastica, tesa in un telaio: è uno stato primitivo senza forma, è il nulla. Poi immagino una forza che spingendo da dietro il telaio sulla tela elastica crei una forma, un volto, in questo caso, che emerge da quel nulla primordiale. E’ la vita che è nata e che porta con sé il dolore di quegli occhi infossati. Intorno resta, come un’aura, il residuo del nulla adimensionale esistente prima della creazione.

 

 

Gianfrancesco Berchiesi