Due opere giovanili dello scultore Andrea Gambugiati
Gianfrancesco Berchiesi
Tra la fine del
liceo artistico e l’inizio dell’accademia di Brera il giovane artista Andrea
Gambugiati ha prodotto due opere, una pittorica e l’altra scultorea ora di
proprietà privata:

Andrea
Gambugiati: l’agguato. Collezione privata, Corbetta (Milano)

Andrea
Gambugiati: la tragedia umana, Collezione privata, Petriolo (Macerata)
Ambedue le opere
chiaramente mostrano un lavoro di meditazione profonda sull’esistenza, anche se
banalmente si potrebbe pensare alla riproduzione pittorica di un’immagine che
fa parte delle conoscenze diffuse (L’alligatore) e alla riproduzione scultorea
di una pietà, che fa parte della nostra cultura.
Ora osserviamo attentamente l’opera “la tragedia umana” ed esaminiamo i
seguenti elementi:
La croce metallica
L’aureola- compact disc
Il filo che dall’ombelico scende alla croce dove è legato
La torsione del busto
Il viso simile a quello di una forma primitiva di vita
Metà del viso è appena abbozzata
L’altra metà ha un occhio
La forza del busto sottolineata dalla muscolatura possente
Gli arti sono tagliati
I fili trapassano il corpo
L’autore afferma che l’artista
non può dare un “titolo” alla sua opera,
perché questo nascerà dal rapporto che si instaura tra l’opera e il
collezionista che la terrà in casa per osservarla ogni giorno.
La testa piccola, serpentina, ha una metà appena abbozzata e l’altra metà più sviluppata presenta un occhio (una vite a croce) che guarda fissamente. Rappresenta una forma primitiva di vita: un rettile, un feto. Poi il corpo si sviluppa in un fisico possente, che però con la torsione denota sofferenza, e il filo (come cordone ombelicale) che scende e si lega alla croce indica un legame ombelicale alla sofferenza. Questo sviluppo da forme primitive di vita ad una forma più completa è ancorato dunque alla sofferenza. Poi questo sviluppo si tronca e il corpo martoriato dai fili (dalla tecnologia), i suoi arti spezzati, il CD su cui poggia la testa primordiale indicano un ciclo che si chiude: la testa come inizio di un processo che finisce con la tecnologia. E’ la tragedia umana: nascita e morte, sofferenza e sviluppo.
L’opera pittorica può essere letta in maniera immediata e semplice come una
riproduzione giovanile di una conoscenza del bestiario, che ognuno di noi
possiede. “L’agguato” potrebbe quindi essere il titolo più immediato per il
quadro. Ma se si analizzano bene tutti gli elementi risulta che:
il fondo del quadro è buio (il nulla)
da esso emerge un alligatore, che comunica un’idea di forza
Un velo d’acqua avvolge parte del capo
Il muso dell’animale esce quasi dal quadro
La gola rossa, i denti sono particolari anatomici da non sottovalutare
Dal nulla (il fondo nero) esplode la vita, come forza prorompente, che
sembra uscire dal quadro. I denti indicano questa forza, il rosso della gola il
calore della vita. Ma la vita per uscire fuori dal nulla indistinto ha dovuto
forzare una barriera i cui frammenti restano come velo intorno alla testa
dell’alligatore. Più che un “agguato” potrebbe essere una creazione, una
propulsione della vita fuori dall’indistinto, un imporsi della forza della vita
sul nulla. Ma anche in quest’opera giovanile si può leggere il tema della lotta
(della sofferenza?).