Home> 

 

 

Rolando Morena, pittore

 

Gianfrancesco Berchiesi

 

Forse era il 1967 quando andai a visitare la marguttiana maceratese in vicolo degli orti. Imboccai questa suggestiva via di Macerata scendendo dalla piaggia della biblioteca e appena entrato in vicolo degli orti fui attratto da un quadro bellissimo per me: rappresentava infatti un cane da caccia ed io amo moltissimo i cani; ma soprattutto era la carica di nervosimo del cane che mi colpì e che ancora ricordo, dopo tanti anni. Non era una tela, era come se il cane fosse lì davanti a me a puntare la preda. Lo stavo guardando ammaliato quando un signore non molto alto, con un sorriso accattivante mi disse che il quadro era già venduto. Lo guardai e fui conquistato dalla simpatia di quello sguardo aperto, sincero, “leggibile”. Era Rolando Morena, pittore di Fabriano. La persona corrisponde perfettamente alla sua produzione artistica, che non ha necessità di mediazioni e per essere letta è sufficiente osservarla, perché è l’opera che ti parla e non l’articolo del critico, che in una brochure elegante ti spiega il significato di tanti nulla che ora le mostre ci propinano.

 

 

Con garbo Morena mi fece notare questo olio, bianco e nero, intitolato “La pace per loro”. Ne fui attratto e lo comperai. Ora mi tiene ancora compagnia dopo 40 anni; non passa giorno che io non mi fermi un po’ davanti a lui, davanti a questo che io considero un inno alla donna. Rolando mi spiegò che era stato dipinto con il dito pollice e mi rifece il verso; lo ricordo ancora quel suo parlare appassionante, la carica emotiva che trasmetteva.

Da una desolazione, dalla distruzione di una guerra una madre con un bimbo in braccio avanza ieratica, tragica, forte.

Lo sfondo è pietra arida o scheletri di alberi, è la distruzione di un apocalisse, è la morte. Ma in primo piano la figura di una donna madre e del suo piccolo stretto tra le sue braccia avanza cercando la salvezza e la pace. La croce che invade la scena è un simbolo che non va considerato a sé, ma insieme ad altri archetipi presenti nel quadro. Il volto della donna è appena abbozzato e ciò lo rende tragico, di quella tragicità classica delle eroine greche. Potrebbe essere un’Ecuba che stringe il suo Polidoro, potrebbe essere Rea che fugge da Chronos. Il suo volto guarda l’unico punto di luce del quadro: la luna. E’ semplicemente un punto di luce o qualcosa di più? Io ho sempre pensato che in questo quadro sia un archetipo: esso è Artemide, la dea vergine, la protettrice delle selve e dei cicli naturali. La salvezza viene dalla donna nei suoi due aspetti di vergine e di genitrice e dalla croce. La salvezza sta in un ritorno alla naturalità delle cose, ai cicli della natura, che riprenderanno il sopravvento.

La salvezza dai mali, dalle guerre degli eserciti e dalle guerre più insidiose dell’anima e delle menti trova nella femminilità dell’universo e nella fede un sostegno. Anche il volto tragico della donna-madre è un messaggio da non sottovalutare. Mette in risalto la primordialità della maternità: è il ritorno alle basi naturali che salverà l’uomo dai disastri.